Poesia composta in occasione dell’inaugurazione del restauro dell’organo da Giuseppe Moscarola:

 

Tanto guardai che vidi tre nubi a sedia
non mi destai dal sonno, solo per seguire “comoedia”. 

In prima, assisa, stava Cecilia santa
che d’armonia di suoni lo mondo incanta, 

in terzo scranno notai San Giuseppe in trono
il gran papà amato e del Favar patrono, 

fra lor, ed ebbe sobbalzo lo core meo,
felice ed estasiato, sedeva il buon Don Leo. 

Si preparavano i tre ad ascoltar concerto
del restaurato organo, l’odibile reperto. 

L’Episcopo ei chiese e lui rispose
e sulla reverenda guancia, lassù, lacrima si pose.

 

Giuseppe Moscarola

L’ORGANO DELLA CHIESA PARROCCHIALE DI FAVARO

Nel 1833 l’organaro saglianese Amedeo Ramasco trasferisce, con cassa e tutto il resto, un organo “di seconda mano” alla chiesa di San Giuseppe del Favaro, mettendovi ovviamene del proprio per riparare i disguidi dovuti all’età e al logorio. Per la verità si tratta di uno strumento particolarissimo, direi

LOGO ORGANOdecisamente storico collocato nel 1780 nella chiesa di S. Lorenzo di Candelo. Storico, perché nato a quattro mani, da due organari, uno occupandosi sostanzialmente della parte fonica, l’altro di quella meccanica. Il primo è Giuseppe Ramasco Fagnani, figlio di Giovanni Michele che è da considerarsi uno dei organari più in vista della prima metà del Settecento piemontese. Il secondo è Giuseppe Maria Ragozzi, sacerdote votatosi alla costruzione di organi, un po’ anziano di Giuseppe ma allievo dello stesso maestro. È l’unico caso di collaborazione tra i due costruttori che all’epoca già disponevano di propri laboratori indipendenti (Sagliano Micca e Ara di Grignasco): un omaggio forse non voluto a Giovanni Michele e una joint-venture che oggi risulta del tutto immotivata. Ma il contratto originario firmato dai due è nella parrocchia di Candelo San Lorenzo e la suddivisione degli impegni risulta chiara, per quanto incomprensibile.

Tale strumento nel 1892 viene “ammodernato”, così come si usava dire, da Collino e Nava, ultimi esponenti torinesi di una scuola organaria piemontese in cui il primo lavoro (custodito nel Biellese) si può far risalire al 1704. I lavori prevedono una totale revisione e la sostituzione di quasi tutto il materiale fonico che dopo più di un secolo, e un trasloco di mezzo, è in pessime condizioni. Al collaudo provvede il vandornese Antonio Ramella Levis, l’11 dicembre 1892.

E intanto a Candelo San Lorenzo, cosa succede? Lo stesso Amedeo Ramasco con la collaborazione “virtuale” stante l’età avanzata del suocero, Giacinto Bruna, colloca un nuovo strumento di cui oggi non resta nulla, nemmeno il contratto, ma che posso immaginare simile a quello posato nello stesso anno ad Andorno (di cui invece non rimane che il contratto): né troppo grande, né troppo piccolo, ma con sonorità che possono “riempire” tutta la chiesa. Era un progetto che l’amministrazione parrocchiale accarezzava forse da un po’ di anni perché già nel 1826 Carlo Bazzi dipinge strumenti musicali e partiture, con una maestria “da riproduzione fotografica”, le tele che poi vengono applicate ai pannelli della cantoria. Anzi, in una partitura, scrive, sotto le note, nome e data, tanto per farci sapere chi ha fatto il lavoro: “Carlo Bazzi 1826”.

A fine secolo se al Favaro si pensa di accomodare l’organo antico, a Candelo San Lorenzo si decide di sostituirlo. La scelta cade sui successori Bianchi, così detti perché eredi artistici di quel Camillo Guglielmo Bianchi, autore del grandioso organo della Cattedrale. La scelta non è casuale: nel 1902 collocano lo strumento nella chiesa cittadina di San Biagio e l’anno successivo, ottenuta la commessa “a ragion veduta”, lavorano su quello di Candelo San Lorenzo facendone uno degli strumenti più preziosi del vasto repertorio che la Diocesi offre. In questo caso il collaudo, il 7 giugno 1903, viene affidato al maestro di cappella della Cattedrale, Giuseppe Gurgo Salice.

Il restauro del Favaro e la collocazione di Candelo hanno una cosa in comune. Cioè la volontà da parte dei costruttori di coniugare la modernità con la schiettezza della tradizione italiana. Gli organi sono infatti entrambi meccanici (quindi con la garanzia massima di funzionamento nel tempo); in entrambi viene conservato l’essenza del ripieno italiano “all’antica”; in entrambi compaiono registri nuovi come i violini, che rispondono ai tentativi dei “brevi” di Leone XIII e degli sforzi dei Cecilianisti per fare dell’organo uno strumento più adatto alla liturgia (o, come definito, in quel passato da alcuni, “meno italianamente cagnaroso”). Un’altra cosa accomuna i due strumenti, oltre la loro originaria collocazione, per entrambi è in corso un restauro con copertura parziale da parte della CEI, più soft quello del Favaro, più complesso quello di Candelo (soprattutto a causa delle dimensioni). La data di inizio dei lavori è più o meno allineata settembre 2013. Così come il restauratore, il biellese Alessandro Rigola. La fine è lasciata nelle mani dell’organaro e di chi … vorrà contribuire alla copertura dei costi residui.

Alberto Galazzo

 

A firma di Alberto Galazzo, la parrocchia di Favaro in occasione del restauro ha stampato il libro: “L’organo della chiesa di San Giuseppe al Favaro di Biella”, Biella, 2014. Disponibile in parrocchia.

003Il restauro dopo una lunga fase progettuale durata circa cinque anni, con la consulenza della Commissione Diocesana Organi Storici, e la richiesta di permessi presso la Sovrintendenza inizia nell’ottobre 2013.

  • Il lavoro di restauro dello strumento è affidato ad Alessandro Rigola.
  • Il lavoro di consolidamento della cassa lignea è affidato a Stefano Barbero.
  • Il lavoro di rifacimento dell’alimentazione elettrica a Giorgio Bortoluzzi.

Il progetto prevede il recupero totale dello strumento e, quindi, un intervento a tutto campo per restituirgli la piena potenza.

I problemi sono quelli ricorrenti, dovuti principalmente ai depositi di polvere, cui si aggiungono nel caso specifico i danni recati dal tarlo alle parti lignee e da infiltrazioni d’aria che hanno danneggiato i meccanismi del somiere e le impellature.

L’organaro utilizzerà materiali coerenti con quelli presenti nello strumento, ricostruendo artigianalmente alcuni elementi (a es.: i piedi delle canne lignee consumati dal tarlo) e restaurando tutto il resto.

La parte più delicata (in quanto “la più vitale”) è il restauro del somiere. Nel caso specifico ha risentito delle infiltrazioni d’acqua che hanno staccato pelli di contenimento dell’aria, piegato traversine lignee, ossidato e indebolito le quasi ottocento mollette dei ventilabrini.

Altrettanta attenzione sarà dedicata ai mantici che non solo devono garantire aria costante, ma devono garantirla “a pressione costante” (circa 48 mm. in colonna d’acqua), possibilmente senza scarti.

Verrà posizionato un nuovo motore in sostituzione di quello risalente agli anni Sessanta del secolo scorso: più compatto, più silenzioso, più efficiente, meno necessitante di manutenzioni e oliature.

Le canne lignee vengono interamente risanate dal tarlo e riverniciate con“terra rossa”. Le canne metalliche, preziosissime e interamente di stagno le più antiche, saranno tutte ritondate (togliendo quindi le ammaccature), ripassate su un’intonazione uniforme e riaccordate sugli originari temperamento (equabile) e diapason (437 Hz. a 19°C).

Poiché il restauro implica il completo riposizionamento al 1892, ciò comporterà la riattivazione dei dispositivi e registri scollegati da Giuseppe Marzi (fortunatamente non asportati: Campanelli, Rullante, Timpanone, sistema di pedaletti).

Per compiere tutto questo lavoro l’intero strumento è stato smontato e trasportato in laboratorio a Biella, rimontato, pezzo dopo pezzo, e collaudato.

L’intervento di restauro si conclude il 22 novembre 2014, data di inaugurazione dell’organo e di benedizione da parte del Vescovo di Biella. Il concerto di inaugurazione è stato eseguito dal maestro Angelo Comotto con la partecipazione delle Cantorie Parrocchiali della Valle Oropa.

La parrocchia di Favaro dedica il restauro dell’organo a don Leo Quaglio, parroco di Favaro per ben cinquantanove anni.

disposizione dei registri

Campanelli 1871
Fagotto nei bassi [8’] 1892
Tromba in 8 nei soprani 1892
Oboe soprani [8’] 1892
Violino in 8 bassi 1892
Violino soprani [I, 8’] 1892
Violino soprani [II, 8’] 1892
Violino soprani [III battente, 8’] 1892
Flauto traverso [8’, soprani] 1833
Flauto in 8[va] soprani [4’] 1780
Ottavino [2’] 1780
Voce umana [8’, da Do3] 1780

Principale in 8 bassi 1780
Principale in 8 soprani 1780
Ottava nei bassi [4’] 1780
Ottava nei soprani [4’] 1780
Quinta decima 1780
Decima nona 1780
Vigesima seconda 1780
Vigesima sesta 1780
Vigesima nona 1780
Contrabassi in 16 piedi [pedale]
[e Ottava di rinforzo 8’]   1892
Terza mano (meccanica) 1892
Tremolo (meccanico) 1892

comandi

  • consolle a finestra
  • tastiera di 58 tasti (Do1/La5), diatonici in osso, cromatici in ebano
  • pedaliera rettilinea di 20 tasti (Do1/Mi2, 18° Terzamano, 19° Rullante, 20° Timpanone), 12 suoni reali
  • manette dei registri a incastro in 2 colonne a destra della consolle; nomi dei registri su cartellini ristampati in facsimile

accessori

  • Rollante [4 canne]
  • Timpanone [risuonano 3 canne del Contrabasso]
  • Banda turca [tamburo, piatto e triangolo; esterni alla cassa]
  • tiratutti per il Ripieno
  • combinazione libera alla lombarda (per i registri preparati)
  • staffa Violini
  • pedale: Banda Turca
  • pedaletti: Tromba, Timpano, Ottavino, Fagotto, Violini

 dati tecnici

  • trasmissione meccanica
  • somiere maestro a vento con crivello di cartone rinforzato da liste lignee; somieri secondari per Contrabassi e Rullante
  • 3 mantici cuneiformi, azionati da dispositivo manuale a leva o da elettroventilatore
  • pressione circa 48 mm. in colonna d’acqua
  • diapason circa 437 Hz. a 19°C.
  • temperamento equabile